
Covid-19: non è andato tutto bene.
Ci hanno detto che “ne siamo usciti”. Ma è una bugia. Siamo sopravvissuti al virus, ma non alla frattura interiore che ha lasciato. Abbiamo guarito i polmoni, ma non la mente. Abbiamo riaperto le aziende, ma non i cuori.
Oggi, a distanza di anni, nessuno parla più del Covid. Si è ridotto tutto a un dibattito sterile tra “vaccini sì” e “vaccini no”. Ma il vero problema non è mai stato quello. Il vero effetto avverso è ciò che il Covid ha fatto alle persone, alle relazioni, ai valori.
Durante quei mesi di paura abbiamo accettato tutto.
La distanza.
La solitudine.
Il sospetto reciproco.
Abbiamo imparato a guardare l’altro come una minaccia, non come una presenza. E quando è finita, non siamo tornati come prima. Siamo usciti più egoisti. Più diffidenti. Più cinici. Abbiamo smesso di credere nella collettività, nella parola data, nel senso di responsabilità.
Il “noi” è morto. È rimasto solo l’“io”.
La pandemia non ha solo infettato i corpi. Ha inoculato un virus sociale molto più pericoloso: l’indifferenza. La paura ci ha divisi. La solitudine ci ha induriti. L’isolamento ci ha tolto equilibrio. Oggi vedo persone sempre più instabili, sempre più fragili, sempre più arrabbiate. E non perché manchi il benessere, ma perché manca un centro motivo, una direzione. Abbiamo smarrito il senso del limite, della comunità, del rispetto. Siamo diventati emotivamente orfani. E mentre i telegiornali parlavano di “ritorno alla normalità”, io continuavo a vedere vite disordinate, amicizie finite, coppie implose, aziende senza energia.
Non è tornato niente di normale.
È tornato solo un grande vuoto, travestito da routine. Non abbiamo mai avuto il coraggio di dire una cosa semplice e scomoda: Il Covid ci ha cambiati. E non in meglio. Abbiamo rimosso tutto. Come chi si sveglia da un incubo e finge che fosse solo un sogno. Ma l’incubo non è finito. Vive ancora dentro di noi. Nel modo in cui oggi lavoriamo. Nel modo in cui amiamo. Nel modo in cui ci relazioniamo. Non serve trovare colpevoli. Serve guardarsi dentro. Ammettere che qualcosa di profondo si è rotto. Perché finché continueremo a negarlo, continueremo a vivere con un’anima spenta. Come una società che respira, ma non sente più.
Abbiamo bisogno di rimettere al centro l’essere umano, non le paure.
Di tornare a parlarci.
A guardarci.
A toccarci.
Di tornare a fidarci.
Di tornare ad amare.
Perché il vero long-Covid non è nei corpi. È nelle coscienze. E finché non lo riconosceremo, continueremo a vivere in apnea.